Abhinivesha: come affrontare la paura della morte

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Abhinivesha, nella cultura filosofica hindu, è la paura di morire, esploriamo la più grande paura dell’umanità e impariamo a controllarla.

In momenti come quello che stiamo vivendo, dove ci sentiamo minacciati da un nemico invisibile di cui sappiamo soltanto il nome, Covid-19. Possiamo avere la percezione che la nostra salute e la nostra stabilità esistenziale sia sotto attacco. 

Vorremmo poterci radicare alle nostre sicurezze, e crediamo di avere diritto, nella nostra vita, ad una stabilità materiale. 

Tutto ciò è naturale e comprensibile, ma quando iniziamo dare troppa importanza a questi aspetti e ad ossessionarci con le strategie per sopravvivere e superare la crisi, stiamo vivendo l’abhinivesha

Abhinivesha, nella cultura filosofica hindu, è la paura di morire, e questa è la più grande paura dell’umanità. 

Un aspetto importante della paura di morire è il fatto che, quando siamo sotto la sua influenza, perdiamo la capacità di pensare con chiarezza e spesso ci lasciamo prendere dall’ansia e dal panico. 

Le ricerche attuali confermano ciò che tutti noi abbiamo sperimentato. In uno stato di emergenza, la nostra funzione cognitiva si sposta letteralmente dalla parte più concettuale e ragionante del nostro cervello all’inconscio o al cervello istintivo. Il che significa che perdiamo la capacità di elaborare ciò che accade in modo riflessivo e chiaro.

Che cos’è l’Abhinivesha 

Lo Yoga Sutra di Patanjali, cap.II -Sadhana Pada verso 9, identifica l’abhinivesha come uno dei cinque klesha, le “afflizioni” che creano stati di malessere mentale. A volte tradotto come “istinto di sopravvivenza”, abhinivesha è un radicato attaccamento alla vita, ma anche come “paura della morte”. 

L’istinto naturale che ci costringe a mettere le mani in avanti quando cadiamo, ad abbassarci quando qualcosa vola verso la nostra faccia, a tossire se qualcosa ci va di traverso. Ma è anche quella stessa misteriosa forza che fa svegliare le persone dal coma, o ci fa guarire da malattie molto gravi. 

Ma allora perché questa forza provvidenziale viene considerata un klesha

L’Abhinivesha, è un derivato di avidya, tradotta più comunemente come ignoranza, ovvero, nelle parole di Patanjali, “lo scambiare, l’impuro, l’impermanente, il dolore e il non-atman per il puro, il permanente, la felicità e l’atman”. Quando ci identifichiamo con il nostro corpo, con il nostro sé incarnato, stiamo perdendo di vista uno degli insegnamenti più profondi dello Yoga: noi non siamo i nostri corpi fisici. La nostra vera natura è eterna, trascende il piano fisico, e il corpo è solo un luogo in cui la nostra anima eterna viene ospitata per un tempo limitato. 

Tanti degli ostacoli che troviamo nella nostra vita hanno un’origine comune e una destinazione comune – cioè derivano tutti dall’avidità o dall’incomprensione, e alla fine si trasformano tutti in paura, e a volte nell’ira. Approfondendo la conoscenza dell’interconnessione tra i klesha – soprattutto quelli a cui abbiamo una maggiore tendenza a soccombere – e la paura che generano in noi, più saremo in grado di riconoscere le nostre dinamiche mentali e rallentare il processo che ci conduce alla paura della morte. 

L’Identificazione con il corpo fisico 

il nostro vero sé

L’identificazione con il nostro corpo immanente che ci deriva dall’incapacità di capire il nostro vero Sé e il nostro rapporto con il mondo, ci fa anche credere che la nostra serenità e la nostra stabilità dipendano dalla salute, dal comfort, dalla ricchezza, dalla gioventù, dal nostro ruolo al lavoro, e persino dalla bellezza. Una serenità condizionata da presupposti mondani e transitori è destinata a trasformarsi facilmente in infelicità. 

Aggrapparsi alla propria vita corporea significa esporsi alla sofferenza, perché il corpo che abitiamo è soggetto ad invecchiare, ammalarsi, e morire. L’identificazione con il corpo ci fa credere che la nostra felicità dipende dal comfort fisico, dalla sicurezza, dal benessere – tutte le cose buone che desideriamo per noi stessi e per coloro che amiamo. Ma mantenere questa convinzione significa che quando diventiamo vecchi, malati, feriti o perdiamo le condizioni su cui si basa la nostra felicità, soffriamo. Come esseri umani, dobbiamo passare per tutte le fasi della vita, dalla nascita allo invecchiamento, alla malattia e alla morte, quindi perderemo la nostra felicità condizionata, perché questa è la natura dell’esistenza mondana – tutto è transitorio. Soffriamo perché cerchiamo disperatamente di aggrapparci a cose che non possono durare. 

Questo attaccamento alla nostra realtà temporanea ha le sue radici nella nostra incapacità di capire che c’è qualcosa di più prezioso dei nostri corpi, dei nostri beni, dei nostri ruoli percepiti nel mondo. Come Krishna esprime nella Bhagavad-Gita sulla natura dell’anima: “Le spade non possono trafiggerla, il fuoco non può bruciarla, l’acqua non può bagnarla, il vento non può asciugarla”. Mentre queste cose ovviamente hanno un impatto sul corpo, non toccano il vero Sé, che è completamente inattaccabile dal mondo della materia. La comprensione di questo semplice ma significativo fatto può avere un’influenza trasformativa sulla nostra esistenza quotidiana. 

Che cosa non è l’Abhinivesha 

Vale la pena di chiarire alcuni aspetti dell’abhinivesha in termini di ciò che non è. Come per ognuno dei nostri altri klesha, è importante non cadere in una comprensione semplicistica della paura e di conseguenza vederla come un richiamo alla “temerarietà”. In parole povere, solo perché la paura in sé è infondata non significa che la prudenza e la discrezione non abbiano il loro posto. L’ammonimento a non cadere nella paura non giustifica la negligenza o l’incuria – né verso noi stessi né nei confronti degli altri. In tempi come quelli che viviamo, usare il nostro potere di discernimento per evitare tutto ciò che potrebbe creare un danno alla nostra salute, o a quella degli altri, è fondamentale. Quello che questa antica filosofia ci vuole insegnare è di cercare di guardare con un certo distacco all’angoscia nostra e altrui. 

Come sconfiggere l’Abhinivesha 

Tuttavia, non è necessariamente una cosa facile da realizzare. Infatti, Patanjali ci dice che “la paura esiste anche nei saggi” – cioè la conoscenza e l’apprendimento non sono affatto uno schermo contro la sua influenza, e anche il momento storico non è dei migliori. In questi giorni la paura della morte è un sentimento che permea la società umana tutta – ma comprendendo meglio le ragioni di questa difficoltà, possiamo metterci in una posizione migliore per superare e trascendere questo potente ostacolo. 

Perchè Patanjali ci ricorda che la conoscenza non basta? Probabilmente vuole dare allo yogin un chiaro avviso: non importa quanto il tuo corpo sia forte e leggero ora, quanto la tua mente dotta, invecchierai e e subirai delle ferite, e per liberarti dalla paura della morte dovrai eradicare il fusto e i rami dell’albero dei klesha con la pratica dello Yoga. 

Abhinivesha in pratica 

Per concludere ancora una volta sul lato pratico, esaminiamo alcuni modi concreti per riconoscere e fermare l’arrivo della paura quando essa comincia a manifestarsi nella nostra vita quotidiana. Abbiamo detto che la paura tende a disturbare il nostro pensiero razionale, e quindi la sfida potrebbe essere rappresentata non solo dal tentativo di uscire dalla paura, ma anche dal riuscire a riconoscere di avere paura. Per questo motivo, è importante essere consapevoli del legame tra corpo e mente e dei potenti strumenti che questo fornisce per affrontare entrambi questi problemi. 

Per cominciare, sappiamo che la paura si manifesta fisicamente – spesso prima di notarla emotivamente. Come ha osservato Patanjali, la respirazione disturbata, la debolezza, la tensione muscolare e l’inquietudine sono tutti sintomi della paura. Imparando ad osservare questi segni fisici, possiamo spesso identificare la paura nelle sue fasi iniziali, prima che diventi pienamente attiva e prima di cadere nelle scelte sbagliate che può indurre, aiutandoci ad evitare molte delle ripercussioni. 

Sappiamo anche che il legame mente-corpo va in entrambe le direzioni – cioè, possiamo usare il controllo cosciente del respiro e del corpo per spostare le tendenze della mente. Anche in questo caso, si tratta di uno strumento potente, soprattutto quando sappiamo che le nostre capacità di risolvere i problemi sono compromesse. 

Facendo lentamente calmare la nostra inquietudine e dirigendo consapevolmente il respiro, possiamo gradualmente permettere alla mente di tornare a uno stato più calmo, permettendoci a nostra volta di ritrovare la compostezza mentale necessaria per affrontare la situazione in modo costruttivo. 

La pratica degli asana (le posture dello yoga) può essere di grande aiuto nello sviluppare forza e flessibilità per affrontare situazioni difficili e sapere ‘cedere’ quando necessario. Gli asana ci preparano a affrontare la paura di cadere da una posizione di delicato equilibrio o di completa inversione del nostro senso di direzione come la posizione capovolta. 

Lo yoga è un sperimentare situazioni limite o sconosciute per conoscersi meglio, osservando le nostre tendenze mentali e psicologiche, per conoscere le nostre paure più radicate nel nostro subconscio. 

lasciarsi andare

In questo senso, lo yoga è la pratica della vita, è uno sfidarsi volontariamente per essere consapevoli di quando bisogna fermarsi, cedere, radicarsi o attivare la nostra forza, ma anche abbandonarci allo Spirito Supremo, nella vita e nella morte, nella fiducia che il nostro vero Sé, come essenza divina e coscienza eterna, continua il suo processo, lasciando indietro ciò che non ci serve più, come gli atteggiamenti e rapporti sbagliati e distruttivi, ma anche il proprio corpo. 

Come diceva spesso il mio amato guru Srila Govinda Maharaj, “c’è una zona di nettare, e in realtà siamo tutti figli di quel nettare. In quel piano di esistenza non c’è la morte o la nascita. Svegliati anima dormiente!”

Vi suggerisco, se vi sentite un po’ “scossi” da abhinivesha , di provare questa pratica dedicata al radicamento.

Namasté!


Foto di Vuong Viet da Pixabay

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