Bhagavad-Gita cap. 2: La Crisi Morale di Arjuna.

Bhagavad-Gita

Capitolo 2 – Parte due: il sentiero del saggio

 

Nell’attraversare un grande momento di crisi, Arjuna soccombe all’afflizione ed alla codardia. Non riesce ad affrontare la sfida. In questo momento di debolezza, Arjuna si aggrappa alle convenzioni morali. Usa gli argomenti delle scritture come scudo per non compiere il suo dovere. Ora, sta chiedendo quali siano i sintomi di un uomo saggio. Ma lui è interessato alla saggezza da un punto di vista materialistico. Molta gente si fa un’idea di saggezza come di un qualcosa simile al “sapersela cavare”, oppure al modo pratico di ottenere un profitto da questo mondo materiale. Da questo punto di vista, il più cinico dei truffatori diventa il più “saggio” dal momento che conosce come sfruttare gli altri. Ma questo tipo di saggezza è basata interamente sull’attaccamento ai beni ed alle passini di questo mondo.

 

Distacco

Kṛṣṇa, d’altra parte, ha enfatizzato il distacco dalla condizione materiale. La debolezza di Arjuna si basa sull’attaccamento. Egli affronta una crisi morale, ma non riesce a fare niente. La sua lotta rappresenta la nostra in maniera importante: è la lotta tra la carne e lo spirito. Spesso si dice “lo spirito vuole ma la carne è debole”. Sappiamo ciò che è nel nostro interesse spirituale, ma non riusciamo ad agire, indeboliti dagli attaccamenti materiali.

Kṛṣṇa ricorda ad Arjuna, allora, della sua natura spirituale. Arjuna camuffa i suoi attaccamenti appellandosi ai Veda, al dharma. Vuole reclamare un proposito religioso per la sua inazione e codardia. Kṛṣṇa fa notare ch tutto questo è temporaneo. L’anima è eterna. Chi è saggio lo capisce e compie il proprio dovere di conseguenza, senza alcun attaccamento ai risultati. Arjuna vuole controllare gli esiti, ma Kṛṣṇa gli dice che questi sono nelle mani di Dio. Di fatto gli dice: «Controlla te stesso, non provare a controllare l’ambiente».

 

Controlla te stesso, non l’ambiente.

Questa è davvero la conclusione e l’essenza del suo consiglio nel secondo capitolo della Bhagavad-Gita. «Non provare a controllare l’ambiente, è oltre il tuo potere. Controlla te stesso, questo è possibile per te. Questa è l’unica possibilità che hai per la libertà. Provalo e automaticamente l’ambiente ti diventerà amico».

Questo non è un esercizio dell’arido stoicismo di Marco Aurelio e dei Romani. La rinuncia è un altro tipo di trappola, come Kṛṣṇa spiegherà più tardi. Non dobbiamo odiare il mondo e le cose di questo mondo. Non è questo neanche il cosiddetto “fatalismo” degli hindu, dove l’inazione segue la logora comprensione che è tutto un’illusione. Arjuna deve agire, e agire poderosamente, ma senza attaccamento.

La giusta visione e la giusta comprensione sono le basi del non attaccamento. La giusta visione e saggezza significa capire che la propria posizione eterna di atma è subordinata all’atma Supremo, Questa è la verità primordiale che Kṛṣṇa infonde nel secondo capitolo. Ma una volta che si è raggiunta la giusta visione (la saggezza del buddhi-yoga) l’azione disinteressata dovrebbe seguire insieme al controllo dei sensi.

Incontrollati, la mente e i sensi ci porteranno fuori strada. Gli animali si comportano a seconda dei capricci della mente e dei sensi. Ma gli esseri umani guidati dalla saggezza dovrebbero ambire ad una verità superiore, quella dell’atma. Quelli che hanno una tale visione si comporteranno di conseguenza.

Kṛṣṇa avverte Arjuna che non dovrebbe farsi guidare dall’attaccamento materiale alla mente ed ai sensi, ma da una visione superiore.

 

यदा संहरते चायं कूर्मोङ्गानीव सर्वशः इन्द्रियाणीन्द्रियार्थेभ्यस् तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता २.५८

विषया विनिवर्तन्ते निराहारस्य देहिनः रसवर्जं रसोप्य् अस्य परं दृष्ट्वा निवर्तते २.५९

यततो ह्य् अपि कौन्तेय पुरुषस्य विपश्चितः इन्द्रियाणि प्रमाथीनि हरन्ति प्रसभं मनः २.६०

तानि सर्वाणि संयम्य युक्त आसीत मत्परः वशे हि यस्येन्द्रियाणि तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता २.६१

 

yadā saṃharate cāyaṃ kūrmoṅgānīva sarvaśaḥ

indriyāṇīndriyārthebhyas tasya prajñā pratiṣṭhitā

viṣayā vinivartante nirāhārasya dehinaḥ

rasavarjaṃ rasopy asya paraṃ dṛṣṭvā nivartate

yatato hy api kaunteya puruṣasya vipaścitaḥ

indriyāṇi pramāthīni haranti prasabhaṃ manaḥ

tāni sarvāṇi saṃyamya yukta āsīta matparaḥ

vaśe hi yasyendriyāṇi tasya prajñā pratiṣṭhitā

 

Colui che può staccare i sensi dai loro oggetti, come una tartaruga che

ritrae le membra nel guscio, possiede la vera conoscenza.

L’anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, tuttavia il desiderio

per gli oggetti dei sensi rimane. Ma se gusta una gioia superiore perderà

questo desiderio e rimarrà fissa nella coscienza spirituale.

I sensi sono cosi forti e impetuosi, o Arjuna, che trascinano via perfino

la mente dell’uomo saggio che si sforza di controllarli.

Chi controlla i sensi e fissa la coscienza in Me

è considerato un uomo dall’intelligenza ferma.

(Bhagavad-Gita 2-58,59,60,61)

 

Kṛṣṇa ricorda ad Arjuna la Sua divinità, concludendo: «Dunque è colui che impara a controllare i sensi in questo modo, dedicando sé stesso a Me, che è veramente saggio nella scienza dell’atma».

 

तानि सर्वाणि संयम्य युक्त आसीत मत्परः

वशे हि यस्येन्द्रियाणि तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता २.६१

ध्यायतो विषयान् पुंसः सङ्गस् तेषूपजायते

सङ्गात् सञ्जायते कामः कामात् क्रोधोभिजायते २.६२

क्रोधाद् भवति संमोहः संमोहात् स्मृतिविभ्रमः

स्मृतिभ्रंशाद् बुद्धिनाशो बुद्धिनाशात् प्रणश्यति

२.६३

 

tāni sarvāṇi saṃyamya yukta āsīta matparaḥ

vaśe hi yasyendriyāṇi tasya prajñā pratiṣṭhitā

dhyāyato viṣayān puṃsaḥ saṅgas teṣūpajāyate

saṅgāt sañjāyate kāmaḥ kāmāt krodhobhijāyate

krodhād bhavati saṃmohaḥ saṃmohāt smṛtivibhramaḥ

smṛtibhraṃśād buddhināśo buddhināśāt praṇaśyati

rāgadveṣavimuktais tu viṣayān indriyaiś caran

ātmavaśyair vidheyātmā prasādam adhigacchati

 

Chi controlla i sensi e fissa la coscienza in Me

è considerato un uomo dall’intelligenza ferma.

Contemplando gli oggetti dei sensi, l’uomo sviluppa attaccamento per essi;

dall’attaccamento si sviluppa la cupidigia e dalla cupidigia nasce la collera.

Dalla collera nasce l’illusione, e dall’illusione la confusione della memoria.

Dalla collera nasce la completa illusione, e dall’illusione la confusione della memoria.

Quando la memoria è confusa l’intelligenza è perduta,

e quando l’intelligenza è perduta l’uomo cade nuovamente nell’oceano dell’esistenza materiale.

Ma colui che è libero da ogni attaccamento e avversione ed è capace di

controllare i sensi osservando i principi regolatori della libertà

riceve dal Signorevla Sua piena misericordia.*

(Bhagavad-Gita 2-61,62,63,64)

 

 

* La traduzione dei versi è tratta da “La Bhagavad-Gita Così Com’è” di A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupad, ediz. BBT-Italia

 

Autore: Michael Dolan (Bhakti Vidhan Mahayogi)

Articolo originale e foto: https://bit.ly/2FKyHWG

 

 

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