La vera ambizione dello yogin

Vivere senza attaccamento: l’antico insegnamento dello yoga e il mondo moderno

È possibile comprendere la scelta dello yogin antico con la mentalità dell’uomo contemporaneo? Il brano che segue propone una risposta precisa: il distacco dal mondo non nasce necessariamente dal rifiuto della vita, ma dalla ricerca di una libertà più profonda.

Useremo come spunto per la nostra riflessione, un estratto dal libro “Il misticismo indiano” di S.N. Dasgupta:

“È inevitabile che a uomini abituati a vivere in un mondo fatto di grattacieli, di automobili e di ogni specie di comodità, che coltivano molte ambizioni, scientifiche, politiche e sociali e che desiderano la ricchezza ed un sistema ben sviluppato di scambio e di commercio, riesca estremamente difficile apprezzare o capire correttamente le menti di coloro che sono privi di ogni inclinazione per le cose mondane e che non si sentono a proprio agio se non quando riescono a contattare il proprio sé più profondo..”

Siamo perché abbiamo?

Il confronto è tra due sistemi di valori. La modernità tende a identificare la realizzazione con ciò che possiamo ottenere, costruire e possedere; la tradizione yogica pone invece una domanda più radicale: chi siamo al di là di ciò che possediamo e del ruolo che ricopriamo?

Questo non significa, però, contrapporre semplicisticamente un Occidente materialista a un’India spirituale. La storia indiana conosce città, commerci, ricchezza, politica e ambizioni mondane. Il punto è piuttosto il diverso valore attribuito alla realizzazione interiore.

 “Ad ogni modo, questi uomini dei tempi antichi non erano affetti da un pessimismo ordinario, come fin troppe volte hanno supposto studiosi poco simpatetici, dotati di una mente ristretta, privi di immaginazione e di voglia di capire il pensiero indiano e la cultura del passato.”

Qui il testo contesta l’idea secondo cui l’ascetismo indiano sarebbe semplicemente espressione di pessimismo. La precisazione è importante: rinunciare al mondo non significa necessariamente considerarlo negativo. Le tradizioni indiane parlano piuttosto di impermanenza, attaccamento e liberazione. Occorre tuttavia evitare anche l’eccesso opposto: non esiste un’unica concezione indiana della vita e dello yoga.

Vairāgya, il non-attaccamento

“Se queste persone non provavano attaccamento per il mondo, non è perché il mondo fosse privo di gioie e di piaceri da offrire, ma piuttosto perché il loro desiderio di ottenere il bene più grande, il loro vero sé, era talmente forte da non tollerare alcun compromesso con nessun altro desiderio.”


Questo è forse il cuore dell’intero brano. Il problema non è il piacere, ma l’attaccamento al piacere. È qui che possiamo collegare il testo al concetto di vairāgya, il non-attaccamento centrale nello yoga di Patañjali.

Non si tratta necessariamente di smettere di amare, desiderare o godere. Significa non diventare dipendenti da ciò che amiamo e desideriamo.

Posso avere ricchezza senza identificarmi con essa; amare senza possedere; agire senza essere schiavo del risultato.

Il riferimento al “vero sé” richiama inoltre la ricerca dell’ ātman nelle Upaniṣad: la domanda fondamentale non è soltanto “che cosa voglio?”, ma “chi sono veramente?”

Non c'è un solo tipo di liberazione

“La sola ambizione degli yogin o dei veggenti che praticavano al disciplina yoga, era quella di divenire completamente liberi da ogni tipo di legame e da ogni tipo di determinazione estranea.”

È un’affermazione potente, con la quale siamo d’accordo, ma va interpretata con cautela, in quanto in India si contemplano diverse possibilità di realizzazione spirituale, da quelle più volte ad un’immersione nella Coscienza Universale, a quelle più teistiche, dove si cerca l’eterna compagnia con il Divino.

Non tutti gli yogin perseguivano, dunque, lo stesso ideale e non esiste un’unica tradizione dello yoga. Nel sistema di Patañjali, la liberazione viene associata al kaivalya – l’isolamento dello spirito dalla materia -, mentre altre tradizioni indiane elaborano concezioni differenti del Sé e della liberazione.

Inoltre, la Bhagavad Gītā mostra che la spiritualità non implica necessariamente l’abbandono dell’azione: si può vivere e agire nel mondo cercando di non essere dominati dall’attaccamento ai risultati.

Ed è forse proprio qui che il pensiero dello yogin diventa sorprendentemente contemporaneo.

Chi possiede chi?

Viviamo immersi in una società che produce continuamente nuovi desideri. Possiamo chiederci allora: siamo veramente liberi perché abbiamo più possibilità, oppure siamo diventati dipendenti da ciò che quelle possibilità ci promettono?

Forse il vairāgya oggi non richiede di ritirarsi in una foresta. Può iniziare da qualcosa di molto più semplice: osservare un desiderio senza doverlo immediatamente soddisfare, praticare senza trasformare lo yoga in una gara, accettare i limiti del corpo, lasciare andare il bisogno di essere approvati.

Il distacco, in questa prospettiva, non è una fuga dalla vita.

È la possibilità di vivere pienamente senza essere posseduti da ciò che viviamo.

Ed è forse questa la domanda che lo yogin antico consegna al praticante contemporaneo:

sono io a utilizzare ciò che possiedo, o sono le cose che possiedo a determinare chi sono?

Vi lasciamo con questa domanda, la cui risposta viene ricercata dai saggi fin dalla notte dei tempi. 

Buona pratica!

 (Le citazioni sono tratte da “Il misticismo indiano”, di S.N. Dasgupta, ed. mediterranee, pag. 79)

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