Narasiṃha deva

Narasiṃha
il Dio Leone protettore dei devoti

Narasiṃha, il dio con le fattezze in parte di uomo ed in parte di leone, è un avatāra di Viṣṇu ed è molto amato dai praticanti del Bhakti Yoga, lo Yoga della devozione, perché è il protettore dei devoti e dei sinceri e fedeli servitori del Signore.

La storia di Narasiṃha

Si narra nel Viṣṇu Purāṇa ed anche nello Śrīmad Bhāgavatam, che c’era un re demoniaco, Hiraṇyākaśipu, ambizioso e bramoso di potere:

“Narada Muni disse [a Maharaj Yudhiṣṭhira ]: il demoniaco re Hiraniakashipu aspirava ad essere invincibile e libero dalla vecchiaia e dal decadimento fisico. Voleva ottenere tutte le perfezioni dello yoga, come “anima” e “laghima” , ottenere l’immortalità e diventare l’unico re dell’universo, incluso Brahmāloka.” (Śrīmad Bhāgavatam – Canto VII, cap. 3 – verso 1)

Decise allora, per raggiungere i suoi obiettivi, di compiere una durissima austerità, rimanendo fisso in un asana (nello yoga, una postura del corpo) per cento anni ininterrottamente, anche mentre veniva divorato da fameliche formiche:

“Nella vallata della collina Mandara, Hiraṇyākaśipu cominciò a compiere le sue austerità rimanendo ritto sulla punta dei piedi, con le braccia alzate e lo sguardo fisso al cielo. Questa posizione era estremamente difficile, ma egli l’accettò come il mezzo per raggiungere la perfezione”. (SB VII,3-2)

La sua fermezza nel mantenere lo asana ed il conseguente potere mistico che stava acquisendo, sconvolsero l’Universo e gli Esseri Celesti cominciarono a preoccuparsi, ormai messi in grave difficoltà da ciò che stava accadendo. Chiesero allora a Brahmā, il Creatore, di porre fine alla pratica austera di Hiraṇyākaśipu.

Brahmā, il Creatore, non poté non apprezzare ed ammirare la grande determinazione yogica che Hiraṇyākaśipu stava dimostrando e dunque dovette soddisfare i suoi desideri, così come previsto quando uno yogin si impegna tanto nel sostenere grandi austerità. Hiraṇyākaśipu espresse chiaramente a Brahmā cosa desiderasse:

“O Signore, tu che sei il migliore tra coloro che concedono benedizioni, se mi vorrai gentilmente accordare la grazia che desidero, ti prego di non dover mai incontrare la morte per mano degli esseri che tu hai creato” (SB VII,3-35)

Concedimi di non morire all’interno o all’esterno di nessuna dimora, né durante il giorno né durante la notte, né sulla terra né sul cielo. Concedimi una morte che non sia causata da alcun essere estraneo alle varie forme da te create, né da qualche arma, né da qualche essere umano o animale”. (SB VII,3-36)

Hiraṇyākaśipu era diventato praticamente un potente immortale ed usò i suoi poteri, vista la sua natura maligna e demoniaca, per terrorizzare e controllare l’intero Universo. Ormai tutti gli Esseri Celesti erano sotto il suo dominio.

Hiraṇyākaśipu aveva quattro figli e tra questi spiccava Prahlāda, il quale benché ancora bambino aveva già qualità eccelse: già alla nascita è un puro devoto del Signore Viṣṇu, a cui dedicava sempre la sua adorazione e concentrazione mistica, era inoltre “dotato di un ottimo carattere e di un’eccellente cultura degna di un Brahmāna qualificato. […] Era gentile verso tutti gli esseri come l’Anima Suprema, ed era il miglior amico di tutti […] Era completamente libero dall’orgoglio” (SB VII,4-32).

Sebbene Prahlāda Maharaj fosse nato in una famiglia di demoni, era un grande devoto del Signore Viṣṇu ed Hiraṇyākaśipu, un demone di incommensurabile malvagità, non poteva certo sopportare di avere un figlio di tali qualità eccelse e soprattutto profondamente devoto di Dio!

Decise allora in tutti i modi di togliere la vita a suo figlio Prahlāda, che però ogni volta, grazie all’intervento del Divino, riusciva ad avere salva la vita.

Hiranyakashupu non riuscì a uccidere suo figlio gettandolo sotto le zampe di grandi elefanti, né abbandonandolo in balìa di enormi e spaventosi serpenti, né ricorrendo ai malefici, scaraventandolo dalla cima di una collina, usando artifici illusori, somministrandogli del veleno, privandolo del cibo, esponendolo ad un freddo intenso, al vento, al fuoco e all’acqua o cercando di schiacciarlo con pietre molto pesanti. Quando Hiraṇyākaśipu vide che non poteva in nessun modo nuocergli perché Prahlāda era completamente libero dal peccato, incerto su ciò che gli restava da fare, fu preso da una grande ansia” (SB, VII,5-44)

La situazione per Hiraṇyākaśipu divenne davvero insostenibile  quando Prahlāda Maharaj riuscì a convertire alla devozione per Viṣṇu anche tutti i suoi compagni di scuola, provenienti anch’essi da famiglie di demoni!

Alle spiegazioni richiese dal padre in ragione del suo comportamento e della forza divina che aveva dimostrato, Prahlāda Maharaj rispose:

Caro re, la sorgente della mia forza che tu vuoi conoscere è anche la sorgente della tua forza. Infatti, la fonte originale di ogni forma di potere è una sola. Non è soltanto la tua forza o la mia, ma è l’unica forza per ognuno. Senza il Signore, nessuno può ottenere qualche potere. Tutti gli esseri, mobili e immobili, superiori e inferiori, Brahmā compreso, sono controllati dalla forza di Dio, la Persona Suprema.”
(SB VII,8-7)

Hiraṇyākaśipu sentendo queste parole non resistette alla sfrontatezza del figlio e fu pervaso da una collera incontrollabile, sfidandolo a dimostrare che il suo Dio Viṣṇu si trovasse ovunque, anche nella colonna che aveva di fronte a lui. Allora “[…]Hiraṇyākaśipu afferrò la spada, si alzò dal suo trono regale e con grande collera colpì col pugno la colonna.” (SB VII,8-14)

Dalla colonna allora uscì un suono tremendo che raggiunse le dimore degli Esseri Celesti. Per difendere e confermare le parole del Suo puro devoto Prahlāda, Dio, la Persona Suprema, si manifestò dalla colonna in una forma eccezionale, quella di Narasiṃha, mai vista prima che è in parte di uomo ed in parte di leone.

Hiraṇyākaśipu, dominato ormai dalla collera, attaccò Narasiṃha e cominciò a colpirlo. Narasiṃha, più potente ed agile, riuscì a sfuggirli ed infine a catturarlo. Rispettando i doni mistici che Hiraṇyākaśipu aveva ottenuto da Brahama in seguito alla dura austerità sostenuta, ossia di non poter essere ucciso in determinate condizioni né da determinati esseri, Narasiṃha “lo distese sulle sue ginocchia” – quindi né in terra né in cielo – “e sulla soglia della sala del trono” – quindi né all’interno né all’esterno – “senza alcuna difficoltà, fece a pezzi il demone con le unghie delle sue mani”. Ormai completamente in Suo potere, Narasiṃha “dotato di un numero incredibile di braccia, strappò il cuore di Hiraṇyākaśipu e poi lo gettò da una parte”.

Alla notizia della morte del demone, tutti gli esseri celesti, guidati da Brahmā, da Indra e da Śiva, fecero festa e ringraziarono il Signore Narasiṃha con bellissime preghiere.

Il piccolo Prahlāda Maharaj, esortato dagli Esseri Celesti, andò verso Narasiṃha che ancora non si era calmato dopo il combattimento e così “lentamente si avvicinò a Sri Narasiṃha e cadde a terra a mani giunte per offrire i suoi rispettosi omaggi”. (SB VII, 9-4)

Quando Shri Narasiṃha vide il piccolo Prahlāda Maharaj prostrato alle piante dei Suoi piedi di loto, sentì una grande estasi suscitata dall’affetto verso il Suo devoto. Sollevando Prahlāda, il Signore appoggiò sulla testa del bambino la Sua mano di loto che è sempre pronta a dissipare la paura in tutti i Suoi devoti”. (SB VII, 9-5)

Jay Sri Narasiṃhadeva Ki Jay!



I versi riportati nell’articolo sono tratti dallo Śrīmad Bgavatam commentato da A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, ed.
Bhaktivedanta – Firenze – 1985


Photo credit: Mayapur on VisualHunt.com

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