Bhagavad-Gita cap. 6: Lo Yoga in Otto Parti: Atma-Yoga

 

“Quando lo yogi giunge a disciplinare le attività della mente con la pratica dello yoga e,
libero da ogni desiderio materiale, si situa nella Trascendenza, è considerato ben stabilito nello yoga.”
(Bhagavad-Gita 6,18)

 

Bhagavad-Gita – 6° capitolo

di Michael Dolan (B.V. Mahayogi)

Il sentiero dello yoga: meditazione pratica.

La pratica corretta dello yoga in otto parti non è facile. Anche prima di entrare nei dettagli della pratica, Krishna sottolinea che è necessario controllare la mente. Solo quando la propria mente è correttamente cencentrata sull’ātma, un cercatore della verità può proseguire lungo questo percorso. Solo quando si è fermamente stabiliti sul percorso, è possibile accedere alla serenità della meditazione. Questo perché ci sono otto aspetti in questa forma di yoga mistico. È facile ed egotista pensare di se stessi come abbastanza avanzati da poter praticare questa forma di yoga. Ma in effetti, può prendere molti anni di pratica arrivare a questo livello.

Principi di base

Non si devono ignorare i principi di base. Il primo principio del percorso in otto parti è chiamato yama. Prima di entrare nella pratica della meditazione, si deve liberare la coscienza dal suo assorbimento nel sé inferiore. Si deve trovare l’armonia tra la mente ed il sé superiore. Questa armonia non è possibile rimanendo immersi nel piacere sensoriale. Lo yogi deve liberare la mente dalle distrazioni Questo si può raggiungere solo attraverso l’autocontrollo. Secondo la legge del karma, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale ed opposta. Il primo principio da seguire nell’autocontrollo o yama, è la non violenza. Quando siamo violenti verso gli altri con pensieri, parole o azioni, ne subiremo la reazione in forma di karma. Dovremmo praticare la pace e la non violenza nel nostro rapporto con gli altri. Il principio di non violenza si estende anche ad i nostri amici animali. Per questo motivo coloro che praticano yoga evitano di mangiare carne. Tanto quanto un cercatore della verità vuole la pace con i suoi simili, gli esseri umani, allo stesso modo un tale yogi evita di essere crudele verso gli animali. L’idea di non violenza è un principio fondamentale nello yoga. Senza seguire questi principi di base, non è possibile fermare la mente ed esperire la serenità interiore che viene dalla meditazione sul sé superiore.

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Tra le distrazioni che ci impediscono di meditare sul sé superiore, vi è il principio sessuale. Per questo motivo, il praticante di yoga deve imparare a controllare l’impulso sessuale. Senza controllare il principio erotico, la pratica dello yoga della meditazione sarà impossibile. È per questo motivo che l’adulterio o altri atti sessuali illeciti e immorali dovrebbero essere evitati. Lussuria e desiderio corrompono la vita spirituale.

Per lo stesso motivo, un praticante di yoga evita di intossicarsi con alcool o droghe che disturbano la mente ed agitano i sensi. Anche l’avidità nelle pratiche d’affari, la speculazione e la disonestà distruggono la vita spirituale. Uno yogi deve essere puro nei pensieri e nelle azioni e seguire le giuste regole di condotta, ossia evitare l’impurità. Uno yogi si impegna nella purezza del corpo e della mente al di sopra ed oltre le regole. Questo implica una vita contemplativa di autodisciplina libera dalla violenza e dalla rabbia. L’autoanalisi, l’abnegazione, la dedizione agli insegnamenti del proprio maestro spirituale e la devozione a Dio. Questo è chiamato niyama. Il praticante di yoga non è ipocrita. Non è affar suo agitare la mente degli altri.

A questo punto, Kṛṣṇa spiega cos’è necessario per la pratica della meditazione. In questa sezione della Gita, Egli descrive gli altri principi del percorso in otto parti a cominciare dagli asana: le varie posture dello yoga che contribuiscono alla salute del corpo e della mente, e aiutano nella realizzazione spirituale. Il discorso di Kṛṣṇa è antico. Lo yoga moderno ha deviato da questo sentiero, ma Kṛṣṇa qui sta spiegando la tradizione.

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Per praticare yoga, c’è bisogno di un luogo tranquillo dove si possa accedere ad uno stato meditativo, indisturbati da parenti, amici o visitatori. Uno spazio appartato è importante, visto che la presenza di altri può disturbare la mente. Il luogo appartato dovrebbe essere il più puro possibile. Lo standard dato da Kṛṣṇa è difficile da raggiungere. Secondo la sua indicazione letterale, dovremmo spargere dell’erba kusha a terra, coprirla con pelle di daino ed una stoffa soffice. Questi particolari elementi non sono più richiesti nella pratica dello yoga. Ma il principio rimane lo stesso.

Lo yoga deve essere preso seriamente. Dovrebbe essere praticato con cura da colui che ha la mente controllata e dovrebbe essere fatto in un luogo appartato e tranquillo dove si possa facilmente controllare la mente ed i sensi. Alcuni elementi ambientali, come le sponde di un fiume, le cime delle montagne, la riva di di un oceano o gli spazi verdi possono essere particolarmente favorevoli dal momento che luoghi del genere hanno un effetto calmante sulla mente. Si menziona la pelle di daino, in quanto nei tempi antichi questo era l’unico materiale impermeabile disponibile. Ai nostri giorni, tali tecniche primitive non sono più necessarie ed i tappetini di yoga fatti con materiale ricavato in maniera non violenta sono facilmente reperibili.

Kṛṣṇa menziona poi una postura seduta chiamata asana. Ci si dovrebbe sedere correttamente, Egli dice, con il collo e la testa in verticale e tenendo gentilmente la posizione del loto. Gli occhi dovrebbero essere tenuti socchiusi, senza portare la propria attenzione su nulla in particolare. Si può mantenere lo sguardo verso la punta del naso, se necessario. Il punto è che si deve rimanere vigili, non addormentati. In questo modo, con una mente serena libera da disturbi sessuali, si può meditare sulla divinità.

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Mentre non è esplicita nel testo l’idea di un determinato controllo della respirazione o prāṇāyāma: è implicita. Ciò significa che il respiro dovrebbe essere mantenuto regolare e delicato. C’è una connessione vitale tra l’aria vitale e la vera armonia della mente. Il respiro e l’aria vitale fluiscono dal cuore. C’é allora una relazione tra il respiro incontrollato ed un cuore agitato. Una respirazione adeguata ed un cuore pacifico camminano mano nella mano.

In questo modo diventa più semplice calmare la mente e centrarla sul Sé superiore. Conservando dentro di sé la realizzazione che l’anima è eterna, si entra nella giusta meditazione dove si comincia ad esperire la luce interiore dell’anima mentre si sviluppa una coscienza consapevole dell’Anima Suprema, Il Paramātmā, che esiste dentro e fuori. In questo modo, mantenendo la giusta armonia tra la mente ed il sé superiore, un praticante di yoga raggiunge la serenità.
Una volta ancora Kṛṣṇa evidenzia che si devono evitare gli eccessi nel piacere sessuale, nel mangiare e nel dormire; si devono evitare infatuazioni ed ossessioni tanto nel lavoro quanto nel gioco. Altrimenti, sarà impossibile condurre una vita da yogi. Chi riesce a bilanciare la mente in questo modo, si armonizza con lo yoga. Si situa in un trascendente stato di coscienza. Una volta che la sua mente è in armonia con il sé. Un praticante più avanzato vive costantemente in uno stato yogico. Proprio come una lampada che in un posto non ventilato non tremola, così lo yogi rimane stabile in meditazione sull’ātma.

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Nel descrivere il processo dello yoga, Kṛṣṇa sta enfatizzando due punti: il distacco dal mondo finito e transitorio e da tutti i suoi piaceri sensuali e la coltivazione del sé interiore. Egli spiega questo distacco in diversi modi: sacrificio, non attaccamento ai frutti del lavoro e la rinuncia, nello spirito dell’amore divino. In termini di coltivazione del sé interiore, Egli ha descritto la natura dell’ātma e l’ontologia del sé. Egli identifica sé stesso come la personalità di Dio.

Che si accetti o meno Kṛṣṇa come la personalità di Dio o si adorino altre divinità, la spiegazione di Kṛṣṇa del teismo è particolarmente potente. Egli insegna che sia lo sfruttamento di questo mondo che l’arida rinuncia basata sulla conoscenza sono esteriori. L’illuminazione viene solo attraverso la dedizione all’amore divino. Questa è l’essenza del Suo messaggio ad Arjuna. Qui nel sesto capitolo la disquisizione sullo yoga non è diversa. Il distacco dovrebbe essere basato sull’illuminazione spirituale. L’illuminazione può avvenire attraverso la meditazione. Ma il vero assorbimento e meditazione saranno possibili solo attraverso l’accettazione di un teismo di tipo personale. Questo è il ritratto della pratica dello yoga, come spiegato nella Bhagavad-Gita.

Una tale pratica non è facile. La mente è naturalmente attratta dagli oggetti dei sensi. Gli animali non hanno problemi di alimentazione, sonno, difesa e riproduzione sessuale senza restrizioni. È solo nella forma umana di vita che si può aspirare a controllare la mente ed andare in profondità, per scoprire l’illimitato regno della coscienza. Ma la mente non è facile da controllare. Lo yoga è una questione di pratica costante.

In questa pratica non è una questione di un’ora o due a settimana. Accedere ad un perfetto stato di trance yogica o samadhi dove la mente è libera dalle attività mentali materialistiche non è facile. Persino la meditazione quotidiana potrebbe non condurci verso uno stato di illuminazione. Il progresso è lento. Tuttavia, Kṛṣṇa ci assicura che qualsiasi progresso venga fatto su questo percorso non verrà mai perso; ed anche il più piccolo sforzo non sarà mai sprecato.

योगी युञ्जीत सततम् आत्मानं रहसि स्थितः
एकाकी यतचित्तात्मा निराशीर् अपरिग्रहः ६.१०
नात्युच्छ्रितं नातिनीचं चैलाजिनकुशोत्तरम् ६.११
शुचौ देशे प्रतिष्ठाप्य स्थिरम् आसनम् आत्मनः
उपविश्यासने युञ्ज्याद् योगम् आत्मविशुद्धये ६.१२
तत्रैकाग्रं मनः कृत्वा यतचित्तेन्द्रियक्रियः
समं कायशिरोग्रीवं धारयन्न् अचलं स्थिरः
प्रशान्तात्मा विगतभीर् ब्रह्मचारिव्रते स्थितः
संप्रेक्ष्य नासिकाग्रं स्वं दिशश् चानवलोकयन् ६.१३
नात्यश्नतस् तु योगोस्ति न चैकान्तम् अनश्नतः
मनः संयम्य मच्चित्तो युक्त आसीत मत्परः ६.१४
युञ्जन्न् एवं सदात्मानं योगी नियतमानसः
शान्तिं निर्वाणपरमां मत्संस्थाम् अधिगच्छति ६.१५
न चातिस्वप्नशीलस्य जाग्रतो नैव चार्जुन ६.१६
निःस्पृहः सर्वकामेभ्यो युक्त इत्य् उच्यते तदा ६.१८
युक्ताहारविहारस्य युक्तचेष्टस्य कर्मसु
युक्तस्वप्नावबोधस्य योगो भवति दुःखहा ६.१७
यदा विनियतं चित्तम् आत्मन्य् एवावतिष्ठते
योगिनो यतचित्तस्य युञ्जतो योगम् आत्मनः ६.१९
यथा दीपो निवातस्थो नेङ्गते सोपमा स्मृता

yogī yuñjīta satatam ātmānaṃ rahasi sthitaḥ
ekākī yatacittātmā nirāśīr aparigrahaḥ

Lo spiritualista deve sempre impegnare il corpo, la mente e il sé nella relazione col
Supremo, deve vivere da solo in un luogo appartato e controllare la mente con attenzione.
Inoltre dev’essere libero dai desideri e da ogni senso di possesso. (Bhagavad-Gita 6,10)

śucau deśe pratiṣṭhāpya sthiram āsanam ātmanaḥ
nātyucchritaṃ nātinīcaṃ cailājinakuśottaram 6.11

tatraikāgraṃ manaḥ kṛtvā yatacittendriyakriyaḥ
upaviśyāsane yuñjyād yogam ātmaviśuddhaye 6.12

Per praticare lo yoga ci si deve ritirare in un luogo appartato e preparare
uno strato di erba kusa sul terreno, coprendolo poi con una pelle di daino e con un panno
morbido. Il seggio non dev’essere né troppo alto né troppo basso e deve trovarsi in un luogo sacro.
Lo yogi deve poi sedersi immobile e praticare lo yoga per purificare il cuore controllando
la mente, i sensi e le attività, e concentrando la mente su un unico punto. (Bhagavad-Gita 6,11-12)

samaṃ kāyaśirogrīvaṃ dhārayann acalaṃ sthiraḥ
saṃprekṣya nāsikāgraṃ svaṃ diśaś cānavalokayan 6.13

praśāntātmā vigatabhīr brahmacārivrate sthitaḥ
manaḥ saṃyamya maccitto yukta āsīta matparaḥ 6.14

Bisogna tenere il corpo, il collo e la testa dritti su una linea retta e fissare lo sguardo sulla
punta del naso. Così, con la mente quieta e controllata, completamente liberi dalla paura e
dal desiderio sessuale, si deve meditare su di Me nel cuore e fare di Me il fine supremo
dell’esistenza. (Bhagavad-Gita 6,13-14)

yuñjann evaṃ sadātmānaṃ yogī niyatamānasaḥ
śāntiṃ nirvāṇaparamāṃ matsaṃsthām adhigacchati 6.15

Così praticando il controllo costante del corpo, della mente e delle attività, lo spiritualista
che domina la mente raggiunge il regno di Dio [la dimora di Krishna] ponendo fine alla
sua esistenza materiale. (Bhagavad-Gita 6,15)

nātyaśnatas tu yogosti na caikāntam anaśnataḥ
na cātisvapnaśīlasya jāgrato naiva cārjuna 6.16

Nessuno può diventare uno yogi, o Arjuna, se mangia troppo o troppo poco,
se dorme troppo o troppo poco. (Bhagavad-Gita 6,16)

yuktāhāravihārasya yuktaceṣṭasya karmasu
yuktasvapnāvabodhasya yogo bhavati duḥkhahā 6.17

Chi è moderato nel mangiare e nel dormire, nello svago e nel lavoro,
può mitigare tutte le sofferenze materiali con la pratica dello yoga. (Bhagavad-Gita 6,17)

yadā viniyataṃ cittam ātmany evāvatiṣṭhate
niḥspṛhaḥ sarvakāmebhyo yukta ity ucyate tadā 6.18

Quando lo yogi giunge a disciplinare le attività della mente con la pratica dello yoga e,
libero da ogni desiderio materiale, si situa nella Trascendenza,
è considerato ben stabilito nello yoga. (Bhagavad-Gita 6,18)

yathā dīpo nivātastho neṅgate sopamā smṛtā
yogino yatacittasya yuñjato yogam ātmanaḥ 6.19

Come una fiamma al riparo dal vento non oscilla, così lo spiritualista che controlla la
mente resta sempre fisso nella sua meditazione sul sé trascendentale. (Bhagavad-Gita 6,19)


Fonti:

Articolo originale: https://bit.ly/2AUvgt2

Traduzione autorizzata dall’autore Michael Dolan (B.V. Mahayogi)

Fonte delle traduzioni dei versi della Bhagavad-Gita dal sanscrito: “La Bhagavad-Gita così com’è”, di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupad – ed. BBT Italia

Foto 1 Photo credit: Visualhunt

Foto 2 Image by Sarah Richter from Pixabay

Foto 3: archivio personale, Chaitanya Mayi insegnante yoga Atma a.s.d.

Foto 4: Photo on VisualHunt.com

Foto 5: Photo credit: Alesa Dam on VisualHunt.com / CC BY-NC-SA

 

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