Saggezza del Mahābhārata: gli insegnamenti di Bhīṣma

Gli Insegnamenti di Bhīṣma

La visione politica, sociale e spirituale di Bhīṣma hanno un valore proprio per la loro universalità. Le sue parole hanno resistito a secoli di analisi perché colpiscono al cuore della vita umana.

Livelli di significato nel Mahābhārata
Il Mahābhārata concepisce diversi livelli di significato. È una saga ed un’epica, una storia ed un documento spirituale. È la storia di re ed eroi, di imperi in conflitto; ma è anche la storia di un viaggio spirituale alla ricerca delle verità interiori. Questi strati di significato si rivelano non solo attraverso gli insegnamenti dei santi e dei saggi, ma anche attraverso le vite e le storie dei viaggi degli eroi. Eroi come Arjuna, Yudhiṣṭhira e Karṇa hanno tutti storie importanti da raccontare, non solo attraverso le loro parole ma anche attraverso le loro azioni e l’esempio della loro vita. Al centro della nostra storia c’è Bhīṣma, figlio del Gange, ultimo dei vecchi guardiani.

Il voto di Bhīṣma
Salvato alla nascita da suo padre Śāntanu, l’ādirājā, Bhīṣma è legato ad un giuramento per sostenere il regno di suo padre. Il suo giuramento gli nega il regno e l’amicizia: ha giurato di non sposarsi mai, così da supportare il ruolo dei suoi fratellastri, il potente Chitrāngada ed il sensibile, infantile Vicitravīrya. Quando muoiono prematuramente, è il fratellastro di Bhīṣma,Vyāsa, che per volere della matrona reale, Satyavatī, dà continuità al lignaggio e continua la dinastia. Nel mantenere il suo voto al padre, Bhīṣma supporta il governo dei figli e dei nipoti del fratellastro. Egli presta le sue braccia al cieco Dhritarāshtra ed ai suoi figli mentre dà una mano ai figli di Pāṇḍu. Per Bhīṣma la propria parola è tutto. Il suo voto è sacrosanto.

Mantenere la dinastia
Mentre la rivalità tra i figli di Pāṇḍu ed i loro cugini cresce, Bhīṣma fa del suo meglio per mantenere l’armonia nel regno. Il suo consiglio è di dividere il regno in due e lasciare che entrambe i rami della dinastia regnino in pace. Ma una pace facile non è nel destino di Hastinapura. E mentre il cuore di Bhīṣma è con i Pāṇḍava, egli ha dato la sua parola ai Kaurava e deve onorare il suo voto sacrosanto di proteggere Dhritarāshtra ed i suoi figli.

Giuramento di Lealtà
Alleato in incognito di Yudhiṣṭhira e del nuovo ordine guidato da Kṛṣṇa e dai Pāṇḍava, Bhīṣma è legato al suo vecchio giuramento di lealtà a Dhritarāshtra, ed ha legato il suo destino a quello di Duryodhana e agli eserciti dei Kuru. Guida questi eserciti come loro generale, fino a quando non si confronta con un aspetto del suo passato: Śikhaṇḍī, l’alter-ego di Amba, una donna che egli ha trattato ingiustamente. Non potendo combattere contro una donna, egli consente ad Arjuna di infilzare con le frecce il suo corpo finché rimane disteso supino, infilzato dalla testa ai piedi, incapace di combattere ancora.

Raja-dharma
Bhīṣma è uno kṣatriya, la sua religione è il rajadharma. Per comprendere pienamente il senso dell’onore per Bhīṣma, dobbiamo guardare avanti di qualche secolo, al codice giapponese del Bushido ed all’onore dei Samurai. Il suo carattere è nobile, la sua morte tragica. Egli dona la propria vita per conservare il vecchio ordine sociale, anche sapendo che presto cesserà. La battaglia di Kurukṣetra si colloca all’inizio del Kali-yuga, dove il vecchio ordine feudale dei saggi e dei re santi scomparirà.

Morte dell’epoca vedica
Nella divina tragedia del Mahābhārata, la morte di Bhīṣma segna la fine dell’epoca vedica. Ai suoi tempi, egli combatté il violento avatāra Paraśurāma in un duello per l’onore di Amba, che finì alla pari. Se l’avatāra Paraśurāma era intenzionato a ripristinare il rispetto per i Brāhmaṇa, Bhīṣma comprende il bisogno di proteggere i Brāhmaṇa e di prestare attenzione ai loro consigli. Egli sa che secondo un rajadharma appropriato, il re illuminato deve sempre regnare con riguardo verso gli insegnamenti dei santi e dei saggi.

Il discorso di Bhīṣma: Śānti parva e Anuśāsana parva
Alla fine dell’epica, Bhīṣma recita il significato essenziale del poema mentre è trafitto da migliaia di frecce e sospeso tra terra e cielo, sulle loro punte. Il vecchio ordine dei re è stato distrutto. Il nuovo ordine sarà guidato da Yudhiṣṭhira. Ma Yudhiṣṭhira è pervaso dai dubbi. Come Arjuna che perde il controllo dei propri nervi all’inizio della battaglia, Yudhiṣṭhira non ha lo stomaco per regnare. Egli vuole rinunciare al regno ed andarsene nella foresta, a lavare le proprio mani dal sangue della sua generazione.

Il dilemma di Yudhiṣṭhira
Yudhiṣṭhira si avvicina al moribondo Bhīṣma per un consiglio: come regnare? Qual è lo scopo di un re? Cos’é il rajadharma? Bhīṣma è il modello del rajadharma, benché si sia astenuto dal salire sul trono a causa del giuramento pronunciato al padre. Nella famiglia guidata da un re cieco, la parola di Bhīṣma è legge. Egli espone la legge del rajadharma al giovane re Yudhiṣṭhira, ed i suoi insegnamenti occupano quasi un terzo di tutto il Mahābhārata, negli Śānti e Anuśāsana parva.

Il dharma dei re e lo yoga della scoperta del sé
Gli insegnamento di Bhīṣma sulla vita, il governo, il dharma dei re e lo yoga della scoperta del sé contengono l’essenza della verità. Tramite la conversazione tra il nuovo ed il vecchio ordine, Yudhiṣṭhira si mostra degno del dialogo.
Si potrebbe controbattere che Bhīṣma è un personaggio politico, e quindi i suoi insegnamenti non meritano di essere discussi. Ma il personaggio di Bhīṣma è poco mitico o leggendario. Qui abbiamo una registrazione accuratamete preservata di teoria politica dall’epoca vedica, e dei suoi argomenti concernenti il rajadharma. Un’attenzione particolare vi deve essere posta. Mentre le lettere di Cicerone ed il diario di Giulio Cesare ci possano dare qualche idea sui Romani, neanche gli insegnamenti di Platone esplorano la visione politica di Omero. Ulisse non si ferma sulle pianure di Troia per darci la sua visione dei re e dei loro doveri secondo gli antichi greci. E la visione politica, sociale e spirituale di Bhīṣma hanno un valore proprio per la loro universalità. Le sue parole hanno resistito a secoli di analisi perché colpiscono al cuore della vita umana.

Bhīṣma e l’arte della guerra
L’arte della guerra” di Sun Tzu offre strategie non solo per i guerrieri, ma per uomini d’affari ed imprenditori. Allo stesso modo, gli insegnamento di Bhīṣma sono utili perché ci insegnano a vivere come re. Gli insegnamenti di Bhīṣma sul rajadharma sono utili specialmente se prendiamo i suoi insegnamenti personalmente e li consideriamo come una forma di auto-aiuto.
Bhīṣma espone le sue visioni sulla sovranità con la flessibilità e la saggezza di un guerriero veterano e di un generale che ha visto generazioni di regnanti. Le sue visioni sul rajadharma non solo sono coerenti con le antiche leggi vediche di Manu, ma temprate dall’esperienza dei sovrani nel passaggio verso l’era di Kali. Qualsiasi discussione sulla visione di Bhīṣma sulla sovranità ed il dharma sociale è destinato a finire in disputa, in quanto molte scuole di interpretazione dei suoi insegnamenti sono comparse nei secoli. Queste scuole sono state influenzate sia dai dogmi scritturali che dalle politiche bizantine in India nei passati trenta secoli circa. Il fatto che molte delle sue idee siano ancora molto dibattute dà forza ai suoi insegnamenti originali che davvero meritano di essere scoperti, come vedremo.

Il vecchio ordine sociale
Il vecchio ordine sociale dei varṇa e degli āśrama è stato messo alla prova d
urante il periodo di Bhīṣma. Signori della guerra dispotici non videro la necessità di governare come re illuminati e si scrollarono di dosso i consigli dei Brāhmaṇa. Si spinsero perfino al punto di perseguitare i Brāhmaṇa, come abbiamo visto nella storia di Paraśurāma e Kārtavīrya Arjuna. Secondo le testimonianze del Mahābhārata, l’avatāra Paraśurāma discese con lo scopo di castigare la classe dei guerrieri o kṣatriya. La guerra di Kurukṣetra concluse la dominazione degli kṣatriya. Ma con il ritirarsi del potere dei re, cosa avrebbe rimpiazzato il vecchio ordine?
Con l’avanzare del tempo, il vecchio ordine feudale sarebbe collassato e con la sua caduta un nuovo ordi
ne sarebbe sorto, basato sul capitale, il denaro e lo sfruttamento. Le banche sarebbero diventate più importanti dei re.
L’ascesa millenaria della società capitalista ha visto la distruzione di corporazioni, ranghi sociali e sistemi di casta. Man mano che le interazioni sociali venivano monetizzate, i ruoli sociali previsti nella società vedica scomparivano. Il denaro è diventato il grande livellatore. Ma a che costo? La decadenza dell’organizzazione e delle classi sociali integrate e la diaspora di cittadini da un’area all’altra in base a vantaggi economici, ha distrutto completamente il vecchio ordine.

La decadenza della civiltà nel Kali-yuga
Il Kali-yuga è l’età del ferro, il collasso della civiltà. Il sistema ideale di Manu decade in un feudalismo corrotto degli zamindari e dei capitribù locali, ed un sistema di caste corazzato in India ha strangolato la mobilità sociale. Era questa versione del cosiddetto “sistema delle caste” la vera teoria sociale e politica nell’antichità vedica? Oppure molti di questi costrutti sono di recente invenzione, nati dalla necessità di fornire una base scritturale ad un’autorità sociale corrotta? Un’attenta lettura del Mahābhārata rivela che gli insegnamenti di Bhīṣma sono spesso molto più profondi e sottili di quanto si pensasse, così come vedremo. È facile disfarsi dei precedenti modi di vivere considerandoli primitivi.

Civiltà primitiva?
Ma gli antichi Greci e Romani erano davvero tanto più primitivi di come siamo noi? I murali ritrovati nelle rovine di Pompei celebrano tutte le sette arti: architettura, scultura, poesia, pittura, danza, cucina raffinata, teatro, letteratura. Le piramidi d’Egitto nascondono segreti ancora non svelati. L’antica civiltà vedica attestata nel sanscrito del Mahābhārata, rivela che Vyāsa era ben versato in tutti i raffinati significati della grammatica, della logica, della retorica, dell’aritmetica, della geometria, della musica e dell’astronomia. Perché siamo così convinti a chiamarli “primitivi”?
Orgogliosi della nostra tecnologia, noi rifiutiamo gli antichi. Ma se la moderna Civiltà Occidentale ha portato benessere, ha anche portato sventura. Quando a Gandhi venne chiesto cosa ne pensasse della Civiltà Occidentale, egli come noto rispose: «Sarebbe una bella idea».

La civiltà moderna e la profezia di Bhīṣma
Basta dare un’occhiata al proprio portale internet di notizie favorito, per scoprire che il denaro e la mafia del potere hanno portato indicibili piaghe e pestilenze. Dallo stress quotidiano agli algoritmi che controllano le nostre vite; dalle politiche razziste e discriminatorie al fascismo, e dal despotismo alla distruzione della libertà individuale e della privacy, basta leggere la letteratura di fantascienza per vedere lo sviluppo di una società distopica. Come precognizzato da un antico guerriero impalato su delle frecce nel campo di battaglia, che prediceva la decadenza della società nel Kali-yuga, migliaia di anni fa.

Problemi moderni e saggezza antica
Le Riflessioni di Cicerone sulla Vecchia Èra sono valide oggi quanto la prima volta che le scrisse; Perché non guardare alle riflessioni di Bhīṣma sui doveri sovrani? Diversamente dalle prescrizioni delle religioni occidentali, il dharma di Bhīṣma non è semplicemente un dato numero di regole, di peccati, di “fare e non fare”. La sua conversazione con Yudhiṣṭhira è uno studio riflessivo che richiede un assorbimento intuitivo di valori, princìpi e pratica.


Cos’è il dharma?
Il dharma è il tema intrinseco del Mahābhārata. Mentre il Mahābhārata può essere letto su più livelli, l’intero lavoro è uno studio sulla sovranità ed il governo dei re. Il Rāmāyaṇa ci presenta il divino Rāma come il re ideale, ma i re de i principi che su muovono tra le pagine del Mahābhārata sono esseri umani in carne ed ossa con tutti i peccati e le debolezze dei mortali terrestri. Possono fare del loro meglio per governare come re santi o “divini”, ma questi re non sono re divini come i faraoni egiziani, i Cesari romani o persino gli Atahualpa Incas. Da Śāntanu, il cui amore romantico lo porta a desiderare Satyavatī, al cieco re Dhritarāshtra, non sono che governanti e despoti mortali.
Yudhiṣṭhira non è certamente un uomo-dio, e neanche aspira ad esserlo. Egli è un re filosofo secondo i canoni della Repubblica di Platone, addestrato a governare
tanto dai Brāhmaṇa quanto dai signori della guerra. Il suo dispiacere per la tragedia di Kurukṣetra lo rende un riluttante signore della guerra, desideroso di un governo basato sulla pace.

Perché Yudhiṣṭhira vuole dare ascolto al suo nemico Bhīṣma?
La sua riluttanza a regnare, il suo senso di tragicità per la guerra e la condizione degli umani, esortano Yudhiṣṭhira a cercare i consigli di Bhīṣma sia come patriarca della famiglia, che come grande guerriero e grande re che conosce il vero significato del rajadharma. Le domande di Yudhiṣṭhira, certamente, non si limitano alla conoscenza del rajadharma. La loro discussione è ad ampio spettro, ed include un certo numero di argomenti diversi, ma concentriamoci per un momento sui suoi consigli ai re.
Yudhiṣṭhira deve ereditare un sistema sfasciato. Il padre di Bhīṣma, Śāntanu, era chiamato l’ādirājā, il re originale. Ma dopo il suo regno, nessun’altro nel Mahābhārata fu insignito di tale titolo. Nessun’altro può avvicinarsi al governo ideale di Śāntanu. Gli antenati di Śāntanu, come i Bharata, sono idealizzati come appartenenti ad un passato d’orato, tale che non vedremo mai più niente di simile. Il corretto modo di governare dei re è stato interrotto da Duryodhana che ha usurpato il trono. Mentre apparentemente dharmica, la real-politik di Duryodhana è decisamente non etica, perfino machiavelica. Egli fa qualsiasi cosa sia necessaria con ogni mezzo – incendi dolosi, sabotaggi, avvelenamenti, bugie e corruzione – per mantenere il potere.
Ma Yudhiṣṭhira non è un politico cinico. Egli cerca la verità e, se deve esercitare il potere, il suo regnare deve essere al servizio della verità. All’indomani del terribile massacro della battaglia di Kurukṣetra, Yudhistira è indeciso. Come governerà questo regno distrutto quando tutti i re nobili ed i principi del reame giacciono morti? Ed è a questo punto che egli consulta Bhīṣma, il cui altruismo è stato visto quando ha abdicato. Bhīṣma è un uomo di parola, un uomo di verità. Eppure ha tenuto il comando di tutti gli alleati di Hastinapura. Che consiglio darà? Bhīṣma esporrà il dharma, ma anche questi insegnamenti sono esoterici e nascosti. Bhīṣma non elenca le regole del dharma, ma parla in parabole e storie la cui morale è lasciata al lettore. La sua comprensione del dharma non è esplicita, ma implicita nel karmico dispiegarsi delle storie che racconta. Il suo significato non è aperto, ma occulto, specialmente da quando il senso intimo del dharma è viziato dal sorgere del kali-yuga. Le parole di Bhīṣma sono ammantate dal talentuoso sanscrito di Vyāsa, il poeta e profeta che ha dato vita all’epica. La sottigliezza sia della narrazione di Bhīṣma che del potere poetico di Vyāsa fanno del Mahābhārata  un’opera di verità essenziale e di bellezza, non una favola morale per bambini.

Il discorso di Bhīṣma
Il discorso di Bhīṣma dal letto di frecce, le sue parole in punto di morte all’addolorato principe che deve ora regnare l’impero, echeggiano gli insegnamenti di Kṛṣṇa nella Bhagavad-gita e ricapitolano le morale ed il significato spirituale dell’intera opera. Ed è dunque difficile da trattare in un breve articolo.
Ma mentre la Bhagavad-gita si rivolge ad un eroe e lo incoraggia, nel suo percorso spirituale, ad arrendersi, Bhīṣma si rivolge ad un re e lo ammonisce di compiere il suo dovere in questo mondo. Qui ci viene chiesto di avere fede nelle idee di un’azione regale e ci viene detto come un governante può e dovrebbe comportarsi. Yudhiṣṭhira è sopraffatto dal dolore, tanto quanto Arjuna all’inizio della guerra. Ma mentre la sfida di Arjuna era quella di combattere, la sfida di Yudhiṣṭhira è di mantenere la pace con il dharma.

Dharma-raja e Raja-dharma
Yudhiṣṭhira è spesso chiamato dharmaraja. La sua condotta lungo tutta l’epica, così come la sua conversazione con lo Yakṣa, mostra che egli conosce tutto del dharma, almeno teoricamente. Eppure, la loro conversazione non è un mero esercizio accademico tra due persone che conoscono tutte le risposte. Dal punto di vista pratico, il nuovo re ha bisogno di sapere “come si governa secondo il dharma?”. 

A parte che per il proprio interesse personale nell’illuminazione e nella verità, Yudhiṣṭhira è interessato nel come mantenere l’equilibrio dell’ordine cosmico. Questa questione è alla base del loro dialogo. Bhīṣma evidenzia come la verità spirituale può non sempre costituire la base dell’azione politica. Mantenere un equilibrio non è compito facile. Egli spesso parla come un oracolo le cui verità sono ambigue e profonde. Mentre questo mondo è temporaneo e noi dobbiamo ambire alla perfezione spirituale, Bhīṣma consiglia a Yudhiṣṭhira di essere un re e svolgere il suo ruolo all’interno del sistema dharmico fino a quando egli non sarà più necessario.

Mantenere una tensione tra il dharma sociale e la realizzazione spirituale è una delle difficoltà principali presenti nel Mahābhārata e negli insegnamenti di Bhīṣma. E così il vecchio guerriero, mentre attende che il proprio destino spirituale si compia al momento della sua morte, tesse la tela del rajadharma con le sue parole. Raccontando storie affascinanti che evitano di toccare la narrativa principale di Mahābhārata, Bhīṣma parla a lungo di come i re dovrebbero pensare e agire.

I re devono sopportare sia la vittoria che la sconfitta
Alla fine, Bhīṣma dice a Yudhiṣṭhira “eṣa rājñāṃ paro dharmaḥ sahyauh jayaparājayau”, “è il più elevato dharma dei re perseverare sia nella vittoria che nella sconfitta” (MHB XII, 107-27). L’idea di Bhīṣma della sovranità non è gandhiana. Come una volta il generale hegeliano Von Clausewitz riuscì ad inquadrare il problema, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Quando la guerra è l’inevitabile risoluzione di un conflitto, un vero re non si lascia intimidire dalla battaglia. Un re è spesso forzato ad andare in guerra. Bhīṣma comprende la vacuità della politica e la futilità della guerra, così come Yudhiṣṭhira. Ma egli conosce anche il valore della battaglia. Egli consiglia Yudhiṣṭhira di essere stoico ed imparziale, di condurre il suo regno secondo il dharma, ma non di evitare il conflitto in nome dell’armonia.

Sovranità e karma
Yudhiṣṭhira è preoccupato anche con l’espiazione dei peccati commessi in battaglia, di pulire la sua anima da un tale massacro. Bhīṣma gli dà dei consigli per espiare i peccati, ma Yudisthira è dubbioso in merito all’utilizzo di così tanti rituali. Il vecchio guerriero conclude che il santo nome di Dio è il modo più potente per liberarsi dal peccato.
Autore del Viṣṇu-sahasra-nāma, “i mille nomi di Viṣṇu “, Bhīṣma, figlio del Gange, con calma spiega i suoi argomenti a Yudhiṣṭhira con una ricchezza di illustrazioni e di storie tratte dai Purana, così come dalla sua esperienza con i saggi e i santi durante tutta la sua lunga vita.

La crisi di Yudhiṣṭhira alla fine della guerra, rispecchia quella di Arjuna all’inizio
Si potrebbe pensare che Yudhiṣṭhira abbia gioito della vittoria, come hanno fatto i suoi fratelli. Ma egli è distrutto dalla malinconia, avendo scoperto che il loro grande rivale nel combattimento, Karṇa, è in effetti il loro fratello maggiore, selvaggiamente ucciso da Arjuna, in un momento di debolezza. Yudhiṣṭhira è in un momento di crisi: egli può sia accettare il regno e governare, o voltare le spalle ai suoi fratelli e rinunciare al mondo per percorrere il sentiero della verità.
All’interno di questa cornice, Bhīṣma discorre sul rajadharma. Egli prova a convincere Yudhiṣṭhira che il percorso della verità può essere perseguito perfino da un re. La verità non è semplicemente una questione di mantenere la parola, ma di allineare le proprie azioni con quelle del dharma. Questa è la vera virtù del rajadharma.

Il dovere di un re è quello di governare in armonia con la verità, ma di evitare gli estremi.
Un re può a volte rompere una promessa, nella sua vita politica, ma egli deve vivere in armonia con la verità sia nelle parole che nelle azioni. Aristotele definì la virtù in un modo simile, come una disposizione verso il “retto vivere” evitando gli estremi di carenza ed eccesso, che egli considerava vizi. Le virtù morali dovrebbero essere mostrate attraverso il proprio esempio e la propria pratica, piuttosto che con le proprie argomentazioni, ragionamenti ed istruzioni. Il dolore di Yudhiṣṭhira, il suo pacifismo e malinconia non sono regali, in questo senso, ma estremi da evitare e Bhīṣma prova ad indicargli il giusto percorso.

Il vero re è imparziale ed evita di personalizzare l’amministrazione della giustizia
La guerra di Kurukṣetra ha coinvolto i pāṇḍava a livello personale; in parte, la battaglia serve per rendere giustizia dei torti subiti a causa di Duryodhana e la sua compagnia. Ma Bhīṣma spiega che i re non devono applicare la giustizia con propositi personali. Il modello di una reggenza fondata su regole familiari, non è più percorribile. Nell’età dell’oro dei re, i nobili potevano anche essere stati irreprensibili, come il Signore Rama. Ma nell’età di Kali, è richiesto un modello di giustizia imparziale. La giustizia deve essere perseguita attivamente e non ricorrervi semplicemente in caso di emergenza. Con il Kali-yuga, comincia la lunga, oscura notte dell’anima. I re devono governare di conseguenza.

Guerra, pace e giustizia
La giustizia assicura la pace. In tempo di pace, le trombe di guerra devono essere messe da parte. La dimostrazione del potere regale, la pompa e la cerimonia degli obblighi nobiliari può intrattenere il pubblico per un po’. Ma la vera prova della corretta condotta di governo si vede nell’applicazione imparziale della giustizia. Questa sarà la vera prova dei re e Bhīṣma esorta Yudhiṣṭhira a prendere seriamente questa responsabilità.
Per Bhīṣma, allora, governare significa percorrere il sentiero del rajadharma, seguendo un comportamento pragmatico e moralmente corretto, con attitudini monarchiche. Si deve essere pronti alla crisi e sapere come agire nel momento e saper guidare con coraggio e convinzione. Ed allo stesso tempo, si devono bilanciare questi princìpi con il proprio sincero viaggio spirituale, non dimenticando mai che questo mondo è temporaneo ed illusorio.

Il Mahābhārata  ed il dharma
Abbiamo visto che il Mahābhāratamè un testo profondo sulla natura del dharma. In tutta la poetica epica, non c’è nulla di simile alla conversazione tra l’antico e morente guerriero Bhīṣma, trafitto su un letto di frecce, ed il malinconico re Yudhiṣṭhira che ha conquistato la vittoria sui Kuru al costo della distruzione dell’intera dinasta. Come le virtù regali, o rajadharma, funzionino a vari livelli, sia sociali che spirituali, è il cuore degli insegnamenti di Bhīṣma al giovane re Yudhiṣṭhira. Un’analisi completa delle storie e degli insegnamenti che formano l’oratoria di Bhīṣma è oltre lo scopo di questo breve articolo, ma riprenderemo di nuovo il tema in futuro. Ho incluso alcuni estratti degli insegnamenti di Bhīṣma qui sotto.

Quella che segue è una lista e traduzione di alcuni detti di Bhīṣma, estratti dallo Śānti parva del Mahābhārata.

La saggessa di Bhīṣma, aforismi e citazioni.

  1. Dove c’è Kṛṣṇa, c’è il dharma, e dove c’è il dharma c’è la vittoria eterna;

  2. Il proprio karma predeterminato ed il proprio sforzo personale si completano a vicenda. Quando gettate alle fiamme, le braci diventano fuoco; così il karma aumenta con lo sforzo;

  3. Ci si mantiene luminosi attraverso la pratica del dharma; come una barca, si attraversa l’oceano dell’esistenza materiale;

  4. Esiste un posto speciale nell’inferno eterno per gli ingrati e gli irriconoscenti;

  5. Un dono senza dolci parole, è come un piatto senza dessert. Tali doni non danno soddisfazione senza adulazione;

  6. Le connessioni del cuore sono basate sull’amore e la fiducia. Fiducia e affidamento sono legati al cuore, difficili da separare; ma una volta rotti sono impossibili da riparare. I legami del cuore continuamente rotti e riparati, mancano di amore, fiducia e affidamento;

  7. Un sovrano può raggiungere i propri obiettivi e padroneggiare i propri nemici mostrando entrambi i lati del suo carattere. Può essere duro come l’acciaio ma deve anche essere morbido come il burro, a seconda della situazione;

  8. Il lavoro non dovrebbe mai essere svolto a metà. Si dovrebbe essere sempre attenti a completare il lavoro. Anche la scheggia di una spina lasciata nel corpo può portare ad un’infezione;

  9. Fuoco, debiti e nemici dovrebbero essere affrontati rapidamente e senza mezze misure. Se rimane qualche residuo, possono continuare a crescere;

  10. Il debole non dovrebbe inimicarsi il forte, impegnarsi in sterili ostilità;

  11. I re hanno cinque amici naturali: l’apprendimento, il coraggio, la capacità, la forza e la pazienza;

  12. Nell’uomo non c’è nulla di paragonabile all’intelligenza;

  13. Oh figlio di Kuntī: ama coloro che non sono avidi; ama quelli che non hanno attaccamento mondano; ama coloro che sono situati nella verità e nella semplicità; ama coloro che non si discostano dalla giusta condotta, ama loro;

  14. Chi, imperterrito, persevera costantemente nei propri sforzi, per grazia di Dio, presto riceverà ciò che desiderava;

  15. Sia i ricchi che i poveri, i colti e gli sciocchi, con tutto il loro karma buono e cattivo, sono tutti soggetti alla Sua volontà, poiché Egli è il Tempo Distruttore;

  16. Non c’è soddisfazione per l’ambizione materiale. Quando si è poveri, si vuole essere ricchi; quando si è ricchi, si vuole diventare re; quando si diventa re, si vuole essere un dio; quando si è un dio, si vuole essere Indra;

  17. È tanto impossibile soddisfare la lussuria, quanto riempire il mondo sotterraneo dei morti con le anime infinite di questo mondo;

  18. Ogni volta che il nostro sforzo personale ha successo, ci sono dietro il destino ed il karma;

  19. Oh Bharat, felice è il re che è equanime, che dice sempre la verità, che non è attaccato alle cose di questo mondo, che è libero dal peccato e che evita sforzi dispendiosi;

  20. Il distacco è un valore: senza rinunciare agli attaccamenti non possiamo essere felici; senza tale rinuncia non possiamo raggiungere Dio; senza rinuncia non possiamo dormire sonni tranquilli; perciò rinuncia a tutto, arrenditi a Dio e sii felice;

  21. Oh re, proprio come un fuoco generato dall’olio non può essere estinto con l’acqua, il fuoco dell’ira non può essere estinto dalla saggezza scritturale, dal denaro, dalla punizione o dalla persuasione;

  22. I volti degli amici e dei nemici, come le nuvole, cambiano momento per momento;

  23. Non fidarsi mai di qualcuno non degno di fede, né riporre una fiducia eccessiva nell’affidabile;

  24. Questo mondo è un mondo di sfruttamento. Tutti fanno quello che fanno per egoismo; non esistono cose come l’amore;

  25. Alla fine, non ci sono amici e nemici; c’è solo interesse personale. Non c’è relazione senza sfruttamento;

  26. Il tempismo è tutto. Un’azione inopportuna, non porta a nulla; Un’azione tempestiva, porta tutto;

  27. Non si può mai restituire un vero favore fatto con buona volontà. Il primo regalo è stato gratuito e aperto, il riscontro è stato fatto con la stessa moneta;

  28. Un re che agisce attentamente e deliberatamente, sceglie il momento e il luogo giusti per i favori. Piantando favori nei luoghi giusti, il re ottiene il frutto desiderato;

  29. Per i ricchi e onorati, la perdita di status è peggiore della morte;

  30. La dura legge della politica: i poveri sono deboli, i ricchi sono potenti;

  31. Perfino i saggi ed i santi che vivono nella foresta e praticano la meditazione, hanno conoscenti, amici e nemici;

  32. Per quanto puro e giusto un uomo possa essere, si guadagnerà il biasimo degli altri;

  33. Chi agisce bene e non per mettersi in mostra, chi usa parole dolci, chi indirizza la propria ricchezza verso buoni obiettivi, naviga sicuro attraverso i pericoli estremi;

  34. Non c’è bisogno di uccidere il malvagio; chi compie il male è già tra i morti viventi. Ucciderlo è come uccidere chi è già morto;

  35. A volte può essere giusto mentire, quando le bugie sono la verità e la verità è falsità;

  36. È meglio dire la verità, dal momento che non c’è dharma più grande della verità;

  37. Le scritture spiegano il dharma, ma non c’è accordo sulla loro interpretazione. Le scritture parlano solo di dharma, ma non tutto ciò che è dharma è lì;

  38. Un vero conoscitore del dharma è colui che cerca la verità nel determinare ciò che è verità da ciò che non lo è;

  39. Per la mancanza di ospitalità agli amici, per ingratitudine, per l’omicidio delle donne o l’omicidio del guru, non c’è espiazione né redenzione conosciuta per tali peccati;

  40. Il proprio padre e la propria madre fanno nascere il corpo. Ma la seconda nascita che si ottiene attraverso gli insegnamenti del guru, è incorruttibile, trascendente e immortale;

  41. Neanche nelle democrazie si può dare a tutti il diritto di conoscere i segreti confidenziali dello stato;

  42. Nella razza e nel clan, tutti possono essere uguali sotto la legge. Ma nell’arte, nell’intelligenza, nella bellezza e nella ricchezza, tutti sono diversi;

  43. Un Brāhmaṇa senza istruzione è inutile come un elefante di legno, un cervo fatto di pelle. Allo stesso modo, un re che non può proteggere i suoi cittadini è come un uomo impotente, un campo arido, una nuvola senza pioggia o un Brāhmaṇa senza istruzione;

  44. I Veda sostengono che tutta la ricchezza appartiene al re, tranne quella dei Brāhmaṇa;

  45. I Brāhmaṇa, oh re, che abbandonano i loro doveri e si impegnano in azioni basse, non sono meglio degli Śūdra;

  46. Yajña, studio dei Veda, ahiṃsā, nessuna parola maliziosa, ospitalità reverente, controllo dei sensi, austerità, verità e altruismo, questi sono i sintomi di un vero Brāhmaṇa;

  47. Avidità e gelosia sono i due nemici delle democrazie, delle famiglie e dei regni. Questi due grandi difetti, alimentano il fuoco del dissenso;

  48. Le democrazie sono state rovinate dai disaccordi interni;

  49. In battaglia, punta a vincere come dharma e radice di tutte le felicità;

  50. In quanto benefattore del suo regno, un re saggio prova sempre ad evitare la guerra. Finché è possibile stipulare un trattato, non si deve andare in guerra;

  51. Il re dovrebbe certamente considerare i suoi sudditi come suoi figli e nipoti. Ma, a causa dei suoi doveri regali, non dovrebbe tradire alcuna parzialità nel dimostrare affetto;

  52. Sii, Oh re, come il giardiniere, come il produttore di carbone;

  53. Solo con la misericordia e lo morbidezza, un regno non può essere governato;

  54. Il re dovrebbe sempre essere pronto, come Yama il Signore della Morte, a punire i nemici;

  55. Se non ci fosse punizione in questo mondo, tutti si distruggerebbero a vicenda;

  56. Qual è la mia debolezza? Quale attaccamento? Quale difetto persiste? Perché vengo biasimato? Ci si dovrebbe sempre interrogare su queste cose;

  57. Un re retto, salendo al trono, dovrebbe stabilire la propria signoria su tutto, soggiogando alcuni tramite i doni, alcuni con la forza ed alcuni con parole dolci;

  58. Tra l’individuo ed il gruppo, il gruppo dovrebbe sempre essere preferito. Ma se l’individuo supera, per merito, molti altri, il gruppo dovrebbe essere abbandonato per l’individuo;

  59. Troppi cuochi rovinano il brodo. Per un lavoro, una sola persona dovrebbe essere incaricata, non due o tre, benché essi possano lavorare bene insieme;

  60. Agricoltura, allevamento di bestiame e commercio sono i mezzi di sostentamento in questo mondo. Sostenendo la nascita e la crescita di tutti gli esseri, la tripla conoscenza sostiene anche nei mondi superiori;

  61. Gli alberi da frutto, oh Yudhiṣṭhira, non devono essere abbattuti;

  62. Ama tutte le creature, oh re, e comportati con verità, semplicità, mente fredda, misericordia e qualità simili;

  63. I dotti, i guerrieri, i ricchi, i religiosi, gli asceti, i santi, i fedeli e i saggi sono i protettori del popolo;

  64. L’inviato del re dovrebbe avere sette qualità: di famiglia nobile, ben educato, intelligente, eloquente, uomo di parole piacevoli, dotato di buona memoria, preciso nel dare messaggi;

  65. I membri della tua corte, oh figlio, dovrebbero essere veritieri, diretti, padroni dei loro sensi, umili e uomini di parole appropriate;

  66. Come primo ministro, il re dovrebbe scegliere chi ha un aspetto elegante, è libero dalla malvagità, che sa perdonare, dal linguaggio sommesso, dalla nobile nascita e dalla nobile condotta;

  67. Un re dovrebbe fidarsi di alcuni amici scelti, ma dovrebbe essere allerta per tutto il tempo;

  68. L’uomo del dharma è il quinto amico del re, dalla parte né di uno né di due, va dove si trova il dharma, è con il re che rispetta il dharma;

  69. Il re ha quattro tipi di amici. Amici per scopi comuni, amici di famiglia, amici naturali e amici artificiali;

  70. Raccogliere denaro da tasse giuste ed adeguate, prendersi cura della nazione sulla base di retti principi, per il bene della nazione il re dovrebbe lavorare tutte le ore;

  71. Il protettore del tesoro del re è il bersaglio di tutti i suoi saccheggiatori. Se non protetto dal re, egli incontra la morte prematura dalle loro mani;

  72. Il re deve proteggere sette cose: sé stesso, i ministri, il tesoro, lo scettro, gli amici, la nazione e la città;

  73. Protezione e compassione per tutti gli esseri, questo è il grande dharma;

  74. La protezione del suo popolo è per il re il principale dharma;

  75. Forti sono le radici di quel re il cui popolo è prospero, ricco e leale, e di cui i ministri e gli impiegati sono contenti;

  76. È il re che fa il Satyayuga, ed anche il Tretāyuga ed il Dvāparayuga. Egli è anche la causa del Kaliyuga;

  77. Come pezzi di legno che fluttuano sul mare a volte si uniscono ed altre si separano, così le persone in questo mondo si incontrano e si separano;

  78. Le gioie ed i dispiaceri di un uomo hanno un andamento ciclico;

  79. Questo corpo è la causa della felicità, ma anche di un grande dispiacere;

  80. Felicità o tristezza, cose piacevoli o cose spiacevoli, il saggio dovrebbe con piacere accettare tutto ciò che arriva, e mai perdere il proprio cuore;

  81. Compi buone azioni oggi, non lasciare che il momento sfugga via dalle tue mani;

  82. L’afflizione non tocca quelli che comprendono che la perdita ed il guadagno vanno e vengono;

  83. Vivere liberi dall’attaccamento e dal possesso è la felicità in questo mondo;

  84. Colui che non desidera nulla, dorme bene. La perdita di aspettativa è la più grande felicità;

  85. La lussuria e il desiderio portano alla rovina. Chi insegue i desideri si rovina nella ricerca;

  86. Ci sono molte vie che portano al dharma, nessuno sforzo sincero è privo di frutti;

  87. Nessuna verità è più elevata del dharma, nessun peccato peggiore delle menzogne;

  88. Non può esserci austerità come la verità, nessun dolore come la passione. Non c’è occhio come la saggezza e nessuna felicità come l’abnegazione di sé;

  89. La vita nella forma umana può essere premiata con la morte o con l’immortalità. Attraverso l’attaccamento a questo mondo, c’è la morte; attraverso l’attaccamento alla verità, si può trovare l’immortalità;

  90. Si raggiunge il successo nell’apprendimento, nell’autocontrollo e nella prosperità attraverso la pratica, la disciplina e lo sforzo costanti;

  91. Il dharma, oh re, è la radice dell’esistenza;

  92. Il mesaggio dei Veda è il dharma. Il dharma è la giusta via verso l’armonia spirituale;

  93. I movimenti interiori dei santi ci sono sconosciuti. Così come gli uccelli non lasciano tracce nel cielo ed i pesci non lasciano tracce nell’acqua, la vita interiore dei santi è sconosciuta ed invisibile all’uomo comune;

  94. L’autocontrollo e la compassione sono le basi del dharma, eppure il saper perdonare è spesso frainteso come debolezza;

  95. Mentre ci sono molte porte per il dharma e santi e saggi hanno opinioni diverse, la base del dharma è l’autocontrollo;

  96. I saggi hanno concluso che la non-violenza, l’onestà nel parlare, l’autocontrollo e la compassione sono considerati una vera austerità o tapa, non la mortificazione del corpo;

  97. La non verità è morte, l’onestà è divina;

  98. Narāyaṇa e Nara sono manifestazioni della Suprema Personalità di Dio, Kṛṣṇa, che si manifestano in doppia forma. Narāyaṇa è Viṣṇu, la straordinaria forma di Dio, mentre Kṛṣṇa è “Nara” la forma simile all’uomo;

  99. Nella conversazione sul campo di battaglia tra Kṛṣṇa e Arjuna, Vāsudeva Kṛṣṇa rappresenta Narāyaṇa, la Divinità, e Arjuna rappresenta tutti gli esseri umani che sono i Suoi servitori;

  100. Satyam (Verità) significa dharma, o corretto adattamento al proprio dovere, tapa o autocontrollo e Yoga, vivere in armonia con lo spirito. La verità è l’eterno Brahman, la verità è il sacrificio supremo, la verità sostiene la realtà.


Autore: Michael Dolan/BV Mahayogi
Articolo Originale in Questa Pagina
Traduzione autorizzata dall’autore

Photo Credits
The Beginning of the Battle of Kurukshetra
Photo credit: Yadupati on Visualhunt.com / CC BY-NC-SA

Samurai-ceph
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Relief carvings Angkor Wat 2
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The Electric City Comes Alive
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Indian king
Image by Datta Farande from Pixabay

Dialogue between Krishna and Arjuna on the battlefield of Kurukshetra
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